sabato 20 marzo 2010

Ricapitolazione delle condizioni organizzative generali del seminario

Dopo gli accordi presi a lezione il 19.03, sembra utile riproporre le condizioni organizzative generali del seminario in un testo unico.
Per commenti e suggerimenti email ai docenti o commenti al post.

Leopardi filosofo scettico (G. Iodice)

LEOPARDI FILOSOFO SCETTICO di G. Iodice
(ABSTRACT)

La dichiarazione di Leopardi (Zibaldone, p.1655) di voler costruire un sistema di pensiero che si richiami esplicitamente allo scetticismo e che sia fondato sul dubbio, come unica verità possibile, pone un problema di interpretazione degli scritti di filosofia morale dell'autore. Come conciliare una posizione radicalmente scettica con le certezze che Leopardi sembra avere sulle questioni più profonde dell'esistenza umana? Un'analisi del rapporto tra conoscenza, credenza e azione ci consente di comprendere come l'autore concepisca una separazione tra la sfera teoretica e la sfera pratica della vita, e manifesti delle serie perplessità sulle possibilità della ragione di pervenire a una risoluzione dei problemi morali ed esistenziali dell'uomo. Attraverso un recupero del piano della corporeità, degli aspetti emozionali, affettivi ed empatici dell'esperienza umana, e una severa condanna alla riduzione della persona alla mera dimensione spirituale, Leopardi sembra delineare una forma di conoscenza ulteriore, profondamente radicata nel rapporto dell'individuo col mondo naturale e sociale, e svincolata dai limiti costitutivi della facoltà razionale.

Leggi l'intero saggio  (si ringrazia www.agenziaimpronta.net per l'hosting del file).

Fonte delle Lezioni d'eloquenza di V. Monti

Nella lezione del 19.3 si è citato, sulla scorta di Galimberti e Bazzocchi, il Monti come una delle fonti della lettura leopardiana di Socrate.
Fonte online
http://books.google.com/books?id=zjxPeRVgi48C&printsec=frontcover&dq=inauthor:%22Vincenzo+Monti%22&hl=it&cd=1#v=onepage&q=&f=false
pagg. 712 e seguenti.

L'amicizia e l'intersoggettività nelle Operette morali

Nella seduta seminariale di ieri sono emerse tre prospettive di lettura della concezione leopardiana della condizione umana: la ricerca elettiva della solitudine, nell'ottica di una misantropia solo parzialmente paragonabile alla lettura kantiana; l'affermazione di una fraternità affettiva con il genere umano, perdutasi con la morte delle illusioni e da rinnovarsi con una "social catena" che sembra però estranea a ogni preciso modello di cambiamento politico-istituzionale in un senso genericamente "progressivo"; e infine la prospettiva dell'amicizia, come riconquista di una relazione autentica con il prossimo rispettosa a un tempo dell'individualità della condizione moderna e del bisogno emotivo di comunicazione e condivisione. Sembra opportuno proporre ai partecipanti un'esercitazione che ricapitoli queste tematiche.

Una proposta

Il mondo in cui oggi si vive si presenta come un puzzle i cui pezzi in parte sono stati smarriti.
Portando avanti la mia esperienza mi accorsi (ero immerso in una ricerca frenetica di ciò che era stato perduto) che ciò che stavo cercando semplicemente non c'era se non in virtù di una qualche istanza creatrice che partiva da me stesso. Mi sono sentito raggirato e, cosa tragica, da colui il qual godeva della mia più alta fiducia: me stesso. Fu allora che scopersi la Natura.
Ora non si trattava più di ricomporre un puzzle nè di ricostruire alcunchè. Ora si apriva tutto intorno a me un labirinto immenso. Disperai, esultai, mi quietai.
Mi trovo oggi, timido esploratore in compagnia di un coraggio tenue, ad aver tracciato qualche itinerario che mi permetta un poco di libertà tra queste vie anguste. Ho guadagnato anche una piccola altura che mi permette di guardare un poco oltre questo labirinto. Vi ho scorto il mare. Purtroppo le mie strade sono incerte, le mie mappe discontinue e incomplete e così mi capita spesso di perdermi e prima di poter ritrovare un crocicchio familiare possono anche passare molti giorni. Però non mi dispero, ho scorto il mare e questa grande speranza mi sospinge come fa il vento sulla vela delle barche.
Qualche tempo fa ho scritto una riflessione sul tema degli animali, della natura, della solitudine e del mondo degli uomini. Rileggendo le Operette morali per il laboratorio ho pensato fosse attuale riproporlo, perchè finito il libro del Leopardi, credo sia così per molti, ci si ritrova come oppressi da un qualche sentimento indefinito commisto di impotenza, stanchezza, disillusione, ma anche gioia, amore ed una qualche istanza di rivolta. Credo che le Operette non pongano solo l'uomo di fronte ad una scelta (non solamente restare sulla riva ad ossservare le navi passare o imbarcarsi), credo che si imponga innanzitutto l'urgenza di un "progetto". Tracciare itinerari, da qui si comincia sempre prima di intraprendere un viaggio.
Ecco, nelle due paginette che propongo, a chi vuole, ho cercato di fare qualcosa del genere.
Chi sia interessato può scrivere a ulrico.nava@gmail.com per ricevere il file.
E' una cosa modesta e soprattutto immatura, però da qui si puo comiciare.
Ciao a tutti!

venerdì 19 marzo 2010

Relazioni orali previste per le prossime sedute del seminario

Le relazioni orali previste per le prossime sedute del seminario sono le seguenti:
-26.03: Cancellara, Il Discorso sopra lo stato... e le Operette morali; Mandelli, Montaigne-Starobinski-Leopardi; Romagnoli, Il Ruysch, Epicuro la concezione della morte;
-09.04: Cavalleri, La tonalità ironica nelle Operette morali; Crisanti, Lettura crociana di Leopardi; Iodice, Sullo scetticismo in Leopardi;
-23.04: Virgilio, Inadeguatezza della ragione in Montaigne e Leopardi.
Chi volesse prevedere una relazione orale, modificare o precisare i temi contatti i curatori del blog alle consuete email.

giovedì 18 marzo 2010

La morale in Leopardi: secondo saggio del prof. Amedeo Vigorelli

LEOPARDI FILOSOFO MORALE di AMEDEO VIGORELLI
La lettura delle due parti delle polizzine non richiamate dell’Indice tematico dello Zibaldone, a cui Leopardi assegnava lo svolgimento della parte morale del suo sistema di filosofia, il Trattato delle passioni e il Manuale di filosofia pratica, ci pone subito di fronte ad un singolare contrasto. Non deve anzitutto trarre in inganno l’involontario parallelismo, istituito dalla trattazione, con la quarta e quinta parte dell’Ethica di Spinoza (che Leopardi, del resto, non conosceva). Entrambi gli autori si pongono in effetti nella linea di uno stoicismo non ortodosso...

Leggi l'intero testo del saggio di Amedeo Vigorelli a questo link (si ringrazia www.agenziaimpronta.net per l'hosting del file).
Ricordiamo che la prima parte del saggio si trova a questo precedente post.

mercoledì 17 marzo 2010

Baudrillard, la moda e la morte: approssimazioni a Leopardi (parte II)

Un altro tema essenziale della sociologia baudrillardiana  (dopo quanto detto nella parte prima di questo intervento) è l'interpretazione del capitalismo in relazione alla morte e della morte stessa nella sua possibile funzione critico-avversativa al sistema. Questa posizione baudrillardiana permette un confronto importante, al di là delle ovvie differenze teorico-culturali, con Leopardi.
Secondo Baudrillard, il tardo capitalismo (per usare una nozione di Habermas e della scuola di Francoforte) si struttura non tanto come dominio di classe, ma come società di simulacri, ossia di apparenze che non rimandano più a una verità nascosta o a una realtà da celare: in una metamorfosi radicale della nozione marxiana di ideologia, si individua, in rapporto con Nietzsche, il superamento della dicotomia tra superficie e profondità mediante l'introduzione del concetto di simulacro. Il simulacro è esso stesso unica evidenza aperta al pensiero e alla percezione, apparenza che si impone sempre più come sfera di godimento della proliferazione dei segni mediante la tecnologia digitale e iperreale dello spazio culturale odierno.
L'allettamento dato dall'ubiquitaria offerta del segno e del simulacro come semplice oggetti di godimento e di consumo ottunde la coscienza, occultando la circostanza per cui lo sfruttamento capitalistico è diventato mantenimento in vita della persona ai puri fini della riproduzione del sistema. La sfida radicale a questa coartazione dell'individuo è la morte come scelta soggettiva, reale, carnosa e non più come segno iterato e iperreale, di cui si parli continuamente nella produzione iconografica e narrativa della postmodernità (moda, cinema, musica, intrattenimento: la profondità della tesi va vista in rapporto al dominio della morte sul discorso della sessualità, come abbiamo visto nella prima parte). Fin qui, per sommi capi, la posizione di Baudrillard.
In Leopardi l'esperienza della morte ha a sua volta un significato eversivo quando viene vista non tanto nel senso della contrapposizione con Epicuro e con le tanatologie classiche (come nel Ruysch), bensì dal punto di vista del soggetto contemporaneo che rifiuta la propria partecipazione al grande processo progressivo del secolo e desidera la morte come collocazione postuma volontaria. Del resto la vita dei moderni, come visto nel Dialogo della Moda e della Morte, è sempre più affine alla morte vera e propria (cfr. anche Zibaldone, 3031). Qui troviamo una interessante assonanza con Baudrillard, nell'idea cioè che la vita moderna offra una circolazione precoce e indiscriminata, sempre più accelerata e vorticosa, della morte come sostanza e significato intrinseco dell'esperienza della vita. In ciò si nota la differenza con gli antichi che non temevano la morte potendo vivere una vita intensa, mentre i moderni possono consumarsi nella vita simile alla morte che il sistema della moda/progresso/tecnica offre loro, o agognare la morte come forma di maturazione ultima di un'alterità che li proietta vero un futuro indeterminato di dignità e verità della vita (se non di felicità: tema del Tristano).
In Leopardi però la proliferazione contemporanea dei segni produce insignificanza e livellamento: non piacere e interazione emotiva, bensì saturazione, disintesse, egoismo e quindi si funzionalizza proprio alle tendenze capitalistico-borghesi dell'individualismo egoistico (cfr. come ne Il Parini, ovvero della Gloria si evidenzi l'assoluta noncuranza con cui la quantità crescente della produzione letteraria e artistica viene accolta dal pubblico moderno, in particolare cap. IV, sub fine).

lunedì 15 marzo 2010

Baudrillard, la moda e la morte: approssimazioni a Leopardi (parte I)

A partire da alcune suggestioni contenute nel saggio di Jean Baudrillard Lo scambio simbolico e la morte, (tr. it. Feltrinelli, Mliano, 1979) suggeriamo a nostra volta alcuni contesti di lettura dell'Operetta leopardiana Dialogo della Moda e della Morte. Un testo che, oltre a presentare alcuni aspetti grotteschi se non persino macabri, che peraltro volgono in ridicolo l'iconografia tradizionale della morte, propone una vigorosa polemica contro la natura mortifera della moda. Quest'ultima è una forza snaturante, pervasiva, che è destinata a soppiantare l'intimità dell'uomo con la propria natura e a sostituirvi una natura seconda alienante e castrante.
BAUDRILLARD: LA MODA COME SEZIONAMENTO DEL CORPO. Ne Lo scambio simbolico e la morte Baudrillard rileva, sulla scorta di Barthes e Lacan, che tutta la moda, in quanto evidenziazione di parti del corpo, rimanda nella società contemporanea a una suggestione fallica per un verso e al fantasma del corpo in pezzi dall'altro. Essa segna il corpo come metonimia del fallo, cioè come simulacro iterativo della "funzione erettile" e quindi come segno sessuale, il che porta in sé la necessità pulsionale della generazione e dunque la percezione della mortalità (tema sul quale torneremo nell seconda parte di questo contributo). Scrive Baudrillard: "Tutta la storia attuale del corpo è quella della sua demarcazione, della rete di marchi e di segni che lo suddividono, lo sminuzzano, lo negano nella sua differenza e la sua ambivalenza radicale... stivali, cosciali, cazoncini corti sotto il mantello lungo, i guanti fin sopra il gomito o le calze a metà coscia, la ciocca di capelli sull'occhio o il cache-sexe della spogliarellista, ma anche i braccialetti le collane.... ovunque lo scenario è lo stesso: un marchio che assume valore di segno e con questo anche una funzione erotica perversa, una linea di demarcazione che simboleggia la castrazione..." (p. 113). Il corpo è spezzato dal segno vestimentario, porzionato in sezioni e sottomesso in ogni sua parte al disciplinamento sessuale.
LEOPARDI: LA MODA COME AUTOMUTILAZIONE E AUTOLESIONE. Nella lettura leopardiana la moda funge da pulsione autolesionistica che ha esiti macabri se non ripugnanti nella cultura arcaica, dove la deformazione si ostenta come alterazione fisica vera e propria, mentre nella "civiltà" moderna gli effetti sono meno visibili in termini diretti ma evidentemente più mortiferi e comunque proporzionati alla minore vitalità del mondo moderno. Mentre nella barbarie antica la carne diventa luogo dove si ostende, anticipandosi, la signoria della morte e della violenza sulla vita, nella moderna cultura vestimentaria la moda appare come sragione, deviazione illogica da uno standard di vita equilibrato a cui la conoscenza dovrebbe invece indirizzare. La natura emotiva forte della moda arcaica appare una reazione psichicamente primitiva alla percezione dell'irrevocabilità della morte, quasi una sua introiezione abreattiva e catartica. La moda moderna invece si estende alla disciplina del corpo come sua denaturalizzazione. Come vedremo nel secondo passaggio di questo contributo, ciò rimanda alla diversità del rapporto con la morte dei moderni rispetto agli antichi.