martedì 30 marzo 2010

Melanconia, scrittura e modernità

Partiamo da un penetrante suggerimento di A. Prete nel suo saggio Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi, Feltrinelli, MIlano, 2006 (link su Google Books). Se le Operette morali, come propone Prete, sono un theatrum philosophicum, in questo teatro quale posto ha la regola dello stile che abbiamo illustrato in un post precedente a partire dalle osservazioni di M. Vitale? Se nel corso del seminario più volte siamo tornati sulla proposta di lettura delle Operette come testo figurale, quanto le prospettive di chiarificazione fenomenologica delle diverse figure della soggettività moderna  dipendono dalla capacità della parola di dare voce alle loro sfumature, ponendosi al servizio della loro presentazione, e quanto invece esse sono marionette sublimi, protagoniste di un carnevale che è tutto quanto resta a fronte del lutto permanente dovuto al tramonto delle illusioni e alla signoria della verità? Potrebbero le Operette essere soltanto, al di là della loro critica satirica del moderno, una sfilata ironica delle tipologie dell'illusione specificamente moderna?
Poniamo allora le Operette come theatrum philosophicum, e congiuntamente il contenuto speculativo delle stesse nella gnosi e nel negativismo esistenziale e metafisico colto da interpreti come Rigoni e Galimberti. Ci resterebbe allora come giustificazione dell'esuberanza di stile e di tessitura letteraria e comunicativa null'altro che la sopravvivenza della scrittura oltre la disillusione della civilizzazione moderna. Quindi la scrittura come luogo di elaborazione del lutto e quest'ultimo come condizione permanente della contemporaneità. Ciò ci riporterebbe al problema della melanconia da un punto di vista non più psicologico, ma epocale.

lunedì 29 marzo 2010

Relazione orale per il 23.04

Con quanto proposto nell'ultima seduta del laboratorio il quadro delle relazioni orali previste per il 23.04 si arricchisce con la proposta di un contributo di G. Fumagalli sul tema del suicidio in Leopardi e in Schopenhauer. Qualora come ipotizzato la relazione di Virgilio su Montaigne e Leopardi fosse anticipata al giorno 09.04, utilizzeremo parte del laboratorio per una lettura del Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez e per una analisi preliminare dell'Elogio degli uccelli, testi che ci permetteranno di riprendere il tema dell'allegrezza.

Mascagni e Leopardi

Nel corso dell'ultima seduta si è tra l'altro accennato alla presenza di una tradizione di reimpiego dei versi leopardiani come testo di cantate liriche, poemi sinfonici e così via. Poiché è emerso il nome di Pietro Mascagni e non è stato possibile supplire al momento la fonte esatta dell'opera e l'incisione, diamo ora conto delle versioni su supporto digitale di Pietro Mascagni, A Giacomo Leopardi, poema sinfonico per sorprano, orchestra e coro, 1898:
>> Edizione Bongiovanni, 1995, sn. GB 2191/92-2
[Soprano]: Gloria Guida Borelli; Orchestra: Orchestra Festival di Bruxelles diretta da Dirk de Caluwé; Coro: Coro Santa Gregoria Drongen condotto da Filip Martens;
Reale Conservatorio di Gand, Belgium, 29/10/1995; registrazione dal vivo.
>> Edizione Actes du Sud, 2001, sn. AT34111
[Soprano]: Denia Mazzola-Gavazzeni; Orchestra: Orchestre Philarmonique de Montpellier Languedoc-Roussillon, diretta da Enrique Diemecke.
Informazioni raccolte da http://www.mascagni.org, da cui si può anche leggere il libretto dell'opera, eseguita per la prima volta sotto la direzione dello stesso  Mascagni il 29 giugno 1898 al teatro Giuseppe Persiani di Recanati, nel quadro delle celebrazioni per il centenario della nascita del poeta.

domenica 28 marzo 2010

Perspicuità raziocinante della prosa delle Operette morali

Prendiamo dal preziosissimo volume di spogli e analisi di M. Vitale (La lingua della prosa di G. Leopardi: le "Operette morali", La Nuova Italia, Firenze, 1992) l'enunciazione sintetica di quei "modi stilistici" della scrittura leopardiana che sono conseguenti "alla [...] diversa ispirazione", "filosofica e insieme sentimentale", delle Operette, riportando qui i tratti che l'autore ritiene tipici come "modi propri dell'esercizio del pensiero":

  • la profusione dei nessi correlativi (tanto... quanto, non solo... parimente, così... come che etc.; cfr. pp. 189-93 per la documentazione);
  • la frequente distanziazione degli elementi delle locuzioni congiuntive, con inversione o interpolazione di elementi che sfruttano tutte le risorse retoriche dall'inversione all'iperbato (esempio dal Parini: ingannano talora in modo anche i dotti e gli esperti, che gli ottimi sono posposti; cfr. pp. 193-4 e nota 7 a p. 194 per la documentazione);
  • le frequenti anafore (un esempio dall'Islandese: Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio, deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun bene del mondo, vivere una vita oscura e tranquilla cc; per la documentazione, cfr. pp. 194-6);
  • le sequenze binarie di aggettivi, verbi e sostantivi intese a "una più densa ed estesa espressione mentale" (per la documentazione cfr. pp. 196-8);
  • la ricorrenza di formule incidentali e di frasi parentetiche di carattere aggiuntivo in funzione di subordinazione completiva, a sottolineare sviluppi, articolazioni ed estrinsecazioni del pensiero (formule incidentali: un esempio dal Parini: Tu cerchi, o figliuolo, quella gloria che sola, si può dire, di tutte le altre, consente oggi di essere colta da uomini di nascimento privato; frasi parententiche: un esempio dal Tristano: Parlo così degl’individui paragonati agl’individui, come delle masse (per usare questa leggiadrissima parola moderna) paragonate alle masse [...]; per la documentazione, cfr. pp. 198-201);
  • l'uso del poliptoto temporale, con ripetizione dello stesso verbo in due proposizioni coordinate, in tempi verbali diversi (un esempio dal Timandro: Veramente io non dico che gli uomini mi abbiano usato ed usino molto buon trattamento [...]; per la documentazione, cfr. pp. 202-3);
  • l'apposizione frequente di un sostantivo generico con locuzioni come "cosa che [...]", espediente che secondo Vitale "consente di allargare, senza complicazioni sintattiche, l'esposizione del pensiero" (p. 203; per la documentazione cfr. pp. 203-4);
  • l'uso delle forme avverbiali composte nella culta versione scomposta e analitica (né anche, presso che etc.), il che sottolinea il valore razionale di ciascuna particella (per la documentazione cfr. pp. 204-5).
Per quanto raro, il volume del prof. Vitale, come si è detto a lezione, è disponibile in alcuni remainder di Milano.

sabato 27 marzo 2010

Leopardi e il nichilismo (e Heidegger)

Nel corso della seduta del 26 marzo, sulla scorta della relazione di G. Cancellara, si è discusso tra l'altro del'atteggiamento di Leopardi nei confronti della modernità come contrassegnato dalla necessità congiunta di un'accettazione e di un superamento - tema che è stato poi paragonato alla Verwindung heideggeriana. In generale il discorso si è poi appunto spostato sull'ambiguità del rapporto tra Leopardi e il moderno, responsabile della nuova barbarie nichilistica ma anche orizzonte inevitabile dello sviluppo della civiltà italiana e stato epocale comunque irreversibile. In attesa di prossime relazioni sul rapporto tra Leopardi e i francofortesi, Leopardi e Nietzsche e Leopardi e Sade, che forniranno ulteriori elementi, sembra utile indicare un'ottima relazione recente disponibile online: L. Capitano, Leopardi e la genealogia del nichilismo, che ricapitola una tematica che incrocia (almeno) anche Heidegger, Severino, Caracciolo e altri maggiori teorici del dibattito di fine sec. XX. Qualche avventuroso amante di estetica e metafisica potrebbe rifarsi a G. Zaccaria, Pensare il nulla. Leopardi Heidegger, Ibis Edizioni, Como, 2009, anche per riflettere, sulla base delle diverse note zibaldoniche, sulla genesi psicologica oppure ontologica della nozione di nulla in Leopardi...

Sulla forza dell'abitudine: Daniello Bartoli

Tra i protagonisti delle scelte stilistiche e comunicative di Leopardi c'è lo scrittore secentesco D. Bartoli, del quale citiamo, da L'eternità consigliera, un passaggio introduttivo che si avvicina al tema dell'imbarbarimento dovuto all'abitudine e all'assuefazione così spesso toccato da Leopardi.
Il volume di Bartoli è in visualizzazione completa su Google Books.
>> link alla citazione

Sul suicidio in Leopardi

Nel corso della seduta del 26 marzo è emersa la questione del suicidio e si sono brevemente accennate alcune relazioni a Hume, Schopenhauer etc.; in riferimento a quanto gli interessati potrebbero voler elaborare, indichiamo il saggio di R. Garaventa Il suicidio nell'età del nichilismo. Goethe, Leopardi, Dostoevskij, Franco Angeli, Milano, 1994. Dello stesso autore può interessare, in relazione ai temi più propri del corso (esperienza del tempo, taedium vitae e noia), il cap. VIII dell'opera La noia. Esperienza del male metafisico o patologia dell'età del nichilismo?, Bulzoni, Roma, 1997, dedicato specificamente a La noia in Giacomo Leopardi.
L'esercitazione potrebbe riferire della posizione leopardiana in rapporto al nesso suicidio/noia, sullo sfondo del Plotino e Porfirio, dei materiali della dispensa e di almeno un autore classico (Montaigne, Schopenhauer, Hume, Camus).

venerdì 26 marzo 2010

Alcuni materiali sull'identità nazionale (in riferimento al Discorso sopra lo stato presente)

Vi sottoponiamo alcune riflessioni sul tema dell'identità nazionale (ragionevolmente semilavorate come è bene che sia per le attività di laboratorio) da porre a confronto con le speculazioni leopardiane nel Discorso. Buona lettura e appuntamento alle prossime sedute per l'approfondimento. Ricordiamo anche che dal volume Leopardi antitaliano a cura di M. Biscuso e F. Gallo si può leggere il I capitolo dedicato all'analisi della posizione di Leopardi rispetto ai percorsi di costruzione di una ipotetica identità della cultura nazionale (nell'Ottocento) e delle diverse interpretazioni novecentesche che, limitando la pertinenza di Leopardi al contesto politico e problematico dell'Ottocento italiano, ne proiettano la figura in altri scenari, che definiremo qui genericamente metafisici, ontologici e pessimistici, con esiti che il saggio condanna decisamente, sulla scorta di una ripresa dell'impostazione di S. Timpanaro.
file pdf, 240 kbyte, sito esterno (il file contiene alcuni link a volumi storici digitalizzati online)
link al testo completo del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani (sito esterno)

Relazioni Mandelli e Romagnoli del 26.03

Ringraziamo le sig.ne Mandelli e Romagnoli per le stimolanti relazioni odierne su Montaigne e Leopardi e su Leopardi ed Epicuro. Nel dibattito congiunto sulle due relazioni, sono emersi complessivamente questi punti:
- la signoria della moda potrebbe essere superiore persino a quella della morte, se la moda/costume/usanza (Mandelli ha evidenziato la vicinanza di questi concetti) riduce la vitalità dell'uomo ed anticipa, di fatto, la morte inibendo la vitalità della persona;
- con la centralità della moda/usanza, si afferma una signoria dell'effimero alla quale sembra possibile reagire soltanto mettendosi sulla difensiva, in uno spazio protetto e scettico di osservazione e critica;
- l'epicureismo, sia nel Ruysch sia in altri punti della riflessione leopardiana, esce per lo più a pezzi dalla critica del pensatore recanatese che ne evidenzia non solo la sproporzione rispetto al tempo nel quale venne formulato (cfr. Ottonieri), ma sembra indicarne obliquamente e ironicamente le insufficienze sofistiche anche nel Ruysch;
- il tema della transizione verso la morte come piacere e come languore si rinviene in Cicerone (Tuscolanae, I, 82), in Montaigne (Essais, II, VI) e in Leopardi (come da suggerimenti, tra gli altri, di Fubini, Bazzocchi e Galimberti);
- peraltro questo tema è collegato nella cultura romantica a una sensibilità che non ha la dimensione prettamente fisiologica dell'affievolirsi del sentire (che in Leopardi sembra prevalere), ma soprattuto quella dell'avvicinamento a un je ne sais quoi, a un inesprimibile che corrisponde alla sospensione scettica del giudizio in Montaigne ma anche al silenzio dei morti alla fine del Ruysch.
Ricordiamo infine che nel dibattito si è tornati sulla differenza della posizione moderna della coscienza rispetto a quella antica relativamente al problema della morte e sulla lettura del Ruysch proposta da F. Gallo in Leopardi antitaliano, antologizzata nella dispensa di supporto.

Handout e relazione di G. Cancellara sul Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani

Pubblichiamo lo handout e l'insieme dei materiali della relazione odierna di G. Cancellara, che ringraziamo per la completezza e l'impegno critico (si ringrazia www.agenziaimpronta.net per l'hosting remoto dei file).
Ricordiamo i punti problematici suggeriti nella discussione:
- la lettura ambigua della modernità da parte di Leopardi: accettare e approfondire la modernità (la relatrice ha proposto un confronto con la Verwindung heideggeriana) oppure distanziarsi da essa ironicamente?
- esiste una crucialità del Discorso rispetto alle Operette: è la presa di coscienza da parte di Leopardi del publico su cui calibrare il proprio testo, in un estremo sforzo comunicativo, o è un'operetta a sua volta, espunta e mancata, ennesimo vertiginoso monologo di un autore senza pubblico e senza speranze?
- qual è il rapporto con la riflessione illuministica sulla psicologia dei popoli, la varietà antropologica dei costumi etc.?
- come si inserisce questo testo nella riflessione sul Leopardi "progressivo" (dibattito Luporini/Timpanaro/Carpi/Placanica/Musarra)?
Si è infine ricordato che il testo di Leopardi si inserisce in un complesso dibattito sulla specificità dell'identità italiana, che si sviluppa in tutto l'Ottocento in relazione al processo di nation-building e arriva fino a tempi recentissimi (Barzini, Bollati, Vassalli).

giovedì 25 marzo 2010

Dare senso al tempo: Colombo e il venditore di almanacchi

Pensieri, XIII:
«Bella ed amabile illusione è quella per la quale i dì anniversari di un avvenimento, che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro dì dell'anno, paiono avere con quello un'attinenza particolare, e che quasi un'ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti: onde è medicato in parte il tristo pensiero dell'annullamento di ciò che fu, e sollevato il dolore di molte perdite, parendo che quelle ricorrenze facciano che ciò che è passato, e che più non torna, non sia spento né perduto del tutto. Come trovandoci in luoghi dove sieno accadute cose o per se stesse o verso di noi memorabili, e dicendo, qui avvenne questo, e qui questo, ci reputiamo, per modo di dire, più vicini a quegli avvenimenti, che quando ci troviamo altrove; così quando diciamo, oggi è l'anno, o tanti anni, accadde la tal cosa, ovvero la tale, questa ci pare, per dir così, più presente, o meno passata, che negli altri giorni. E tale immaginazione è sì radicata nell'uomo, che a fatica pare che si possa credere che l'anniversario sia così alieno dalla cosa come ogni altro dì: onde il celebrare annualmente le ricordanze importanti, sì religiose come civili, sì pubbliche come private, i dì natalizi e quelli delle morti delle persone care, ed altri simili, fu comune, ed è, a tutte le nazioni che hanno, ovvero ebbero, ricordanze e calendario. Ed ho notato, interrogando in tal proposito parecchi, che gli uomini sensibili, ed usati alla solitudine, o a conversare internamente, sogliono essere studiosissimi degli anniversari, e vivere, per dir così, di rimembranze di tal genere, sempre riandando, e dicendo fra sé: in un giorno dell'anno come il presente mi accadde questa o questa cosa.»
Il pensiero leopardiano, da riconnettersi certamente alla nota Operetta del 1832 Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere, introduce il tema dell'illusione come forma prospettica, quasi allucinatoria, mediante la quale l'uomo riesce a recuperare senso e varietà alla monotonia dolorosa della natura, della vita e del loro decorso. Il modesto venditore di almanacchi, indifeso di fronte alle garbate e irrefutabili precisazioni del suo interlocutore di passaggio, è costretto ad ammettere che non vi sono anni,  fatti o eventi di cui festeggerebbe la ricorrenza come felici. Vendere almanacchi, cioè calendari, risulta inutile perché non ci sono fatti da ricordare e festeggiare. Come essere anche solo per un piccolo periodo di tempo felici e avidi del futuro, visto che il venditore ormai vuole solo una "vita a caso", senza progetti e scopi?
Una risposta si trova nel Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez, una risposta che si riallaccia alla tematica dell'attivismo ma che non si allinea completamente alla glorificazione dell'individualismo attivistico della modernità.
Eccovi un tema per una nuova esercitazione...

Tedio del vivere o piacere dell'esistenza? Leopardi e Genovesi

Una proposta significativa di esercitazione consiste nel mettere la teoria leopardiana del piacere a confronto con un'altra significativa riflessione complessiva sul tema, quella del filosofo illuminista italiano Antonio Genovesi.
Nelle sue Meditazioni filosofiche (digitalizzate interamente da Google Books e leggibili online: link) Genovesi espone una dottrina del piacere che sembra andare nella direzione diametralmente opposta a quella del Tasso leopardiano: mentre in quest'ultimo appare la figura della sensazione della propria vita come "noia":
«Genio Che cosa è la noia?
Tasso Qui l’esperienza non mi manca, da soddisfare alla tua domanda. A me pare che la noia sia della natura dell’aria: la quale riempie tutti gli spazi interposti alle altre cose materiali, e tutti i vani contenuti in ciascuna di loro; e donde un corpo si parte, e altro non gli sottentra, quivi ella succede immediatamente. Così tutti gl’intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però, come nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, non si dà vòto alcuno; così nella vita nostra non si dà vòto; se non quando la mente per qualsivoglia causa intermette l’uso del pensiero. Per tutto il resto del tempo, l’animo considerato anche in se proprio e come disgiunto dal corpo, si trova contenere qualche passione; come quello a cui l’essere vacuo da ogni piacere e dispiacere, importa essere pieno di noia; la quale anco è passione, non altrimenti che il dolore e il diletto.
Genio E da poi che tutti i vostri diletti sono di materia simile ai ragnateli; tenuissima, radissima e trasparente; perciò come l’aria in questi, così la noia penetra in quelli da ogni parte, e li riempie. Veramente per la noia non credo si debba intendere altro che il desiderio puro della felicità; non soddisfatto dal piacere, e non offeso apertamente dal dispiacere. Il qual desiderio, come dicevamo poco innanzi, non è mai soddisfatto; e il piacere propriamente non si trova. Sicché la vita umana, per modo di dire, e composta e intessuta, parte di dolore, parte di noia; dall’una delle quali passioni non ha riposo se non cadendo nell’altra. E questo non è tuo destino particolare, ma comune di tutti gli uomini.»
da collegare anche alla tesi precoce dello Zibaldone circa il rapporto tra assuefazione e spegnersi del piacere (Zibaldone, 166), in Genovesi si afferma senz'altro il piacere del sentire la propria esistenza. Ma quali argomenti utilizza Genovesi? E perché di tutti i punti della sua dissertazione Leopardi discute proprio il paragrafo 12 della Meditazione I (Zibaldone, 3511)? Che rapporto ha questa scelta con l'interpretazione del tempo, del tedio e con le analisi svolte nel Dialogo di un Fisico e di un Metafisico?

martedì 23 marzo 2010

Interventi dei proff. Aimi e Biscuso del 16 aprile e del 30 aprile

Confermiamo che il 16 aprile interverrà al seminario il prof. Antonio Aimi, esperto di culture peruane e co-curatore del'attuale grande mostra sulla civiltà incaica in corso a Brescia, che commenterà la lettura leopardiana dei "selvaggi" presentata ne La scommessa di Prometeo e appoggiata a una lunga nota (fonte da Wikisource) la cui discussione in termini di taglio etnografico e attendibilità storiografica sarà di notevole interesse.
Il 30 aprile il prof. Massimiliano Biscuso, storico della filosofia e filosofo della medicina, parteciperà al seminario con una seduta speciale in aula 510, presieduta dal prof. F. Trabattoni, nel corso della quale sarà presentato il numero in uscita della rivista "Il cannocchiale" dedicato a Leopardi a cura dello stesso prof. Biscuso. Oltre ai contributi del prof. Biscuso già segnalati sul blog e a lezione, indichiamo il suo saggio Stratonismo e spinozismo. L'invenzione delle tradizione materialista in Leopardi, in AA.VV., Spinoza: ricerche e prospettive. Per una storia dello spinozismo in Italia, a cura di di D. Bostrenghi e C. Santinelli, Bibliopolis, Napoli, 2007, pp. 351-70.

Giuseppe Montani: un giudizio sulle Operette (e una proposta di esercitazione)

Nel 1828 Giuseppe Montani scriveva sull'Antologia (vol. XXIX) che le Operette morali sono un'opera tutta musicale e di musica, per giunta, "altamente malinconica" (per una lettura più ampia di quanto il Montani sostiene, cfr. F. Monterosso, Giuseppe Montani recensore di quattro edizioni leopardiane (1824-1831), in idem, Leopardi tra noi. Perché non possiamo non dirci leopardiani, Mauro Baroni-Turris-Spes, Viareggio-Lucca-Cremona-Milazzo, 1999, pp. 177-213).
Il tema della malinconia ricorre qua e là nelle Operette, nonché nello Zibaldone (pp. 15, 78-9, 170 etc.) e si caratterizza, altresì, per un  legame specifico e forte con la verità, di cui giunge persino ad essere amica (Zibaldone, 1691). Nelle Operette, il sigillo stesso del libro è nel segno della malinconia (vedi l'incipit del Tristano). Ma coime si differenzia la malinconia dolce di Zibaldone, 170 da quella viva ed energica a Zibaldone, 1584 e da quella di Tristano o infine da quella "disperazione" e "tedio della vita" di cui è vittima l'omicida-suicida dell'ultima sequenza de La scommessa di Prometeo?

lunedì 22 marzo 2010

Schema preliminare relazione F. Mandelli (Montaigne-Starobinski-Leopardi: la Moda e la Morte)

La relazione di F. Mandelli, annunciata in un precedente post, si svolgerà sulla base del seguente schema preliminare (si ringrazia www.agenziaimpronta.net per l'hosting del file).
Link allo schema della relazione

domenica 21 marzo 2010

Pessimismo e centralità del corpo in Schopenhauer e Leopardi

Schopenhauer e Leopardi
Indichiamo la fonte online del saggio di F. De Sanctis sul quale si è discusso il 19.3. Nel corso della seduta si è inoltre discusso dell'affinità profonda tra Schopenahuer e Leopardi non tanto in relazione alla categoria di pessimismo, bensì rispetto al tema della centralità del corpo e dell'emozione come via d'accesso principale, non intellettualistica, alla comprensione del senso dell'esperienza umana e della vita tutta. Ciò porta a considerare anche altri autori come prossimi e affini a Leopardi, da Spinoza a Nietzsche. Un ottimo tema per un'esercitazione...!
Si veda intanto Zibaldone, 4174-7:
"Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, nè diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che il non essere; non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l’universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L’esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perchè tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti nè di numero nè di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla.
Questo sistema, benchè urti le nostre idee, che credono che il fine non possa essere altro che il bene, sarebbe forse più sostenibile di quello del Leibnitz, del Pope ec. che tutto è bene. Non ardirei però estenderlo a dire che l’universo esistente è il peggiore degli universi possibili, sostituendo così all’ottimismo il pessimismo. Chi può conoscere i limiti della possibilità?
[4175] Si potrebbe esporre e sviluppare questo sistema in qualche frammento che si supponesse di un filosofo antico, indiano ec.
Cosa certa e non da burla si è che l'esistenza è un male per tutte le parti che compongono l'universo (e quindi è ben difficile il supporre ch'ella non sia un male anche per l'universo intero, e più ancora difficile si è il comporre, come fanno i filosofi, Des malheurs de chaque être un bonheur général. Voltaire, Épître sur le désastre de Lisbonne. Non si comprende come dal male di tutti gl'individui senza eccezione, possa risultare il bene dell'universalità; come dalla riunione e dal complesso di molti mali e non d'altro, possa risultare un bene.) Ciò è manifesto dal veder che tutte le cose al lor modo patiscono necessariamente, e necessariamente non godono, perchè il piacere non esiste esattamente parlando. Or ciò essendo, come non sì dovrà dire che l'esistere è per se un male?
Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.
Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. [4176]Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. (Bologna. 19. Aprile. 1826.). Certamente queste piante vivono; alcune perchè le loro infermità non sono mortali, altre perchè ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri [4177] sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere".

sabato 20 marzo 2010

Ricapitolazione delle condizioni organizzative generali del seminario

Dopo gli accordi presi a lezione il 19.03, sembra utile riproporre le condizioni organizzative generali del seminario in un testo unico.
Per commenti e suggerimenti email ai docenti o commenti al post.

Leopardi filosofo scettico (G. Iodice)

LEOPARDI FILOSOFO SCETTICO di G. Iodice
(ABSTRACT)

La dichiarazione di Leopardi (Zibaldone, p.1655) di voler costruire un sistema di pensiero che si richiami esplicitamente allo scetticismo e che sia fondato sul dubbio, come unica verità possibile, pone un problema di interpretazione degli scritti di filosofia morale dell'autore. Come conciliare una posizione radicalmente scettica con le certezze che Leopardi sembra avere sulle questioni più profonde dell'esistenza umana? Un'analisi del rapporto tra conoscenza, credenza e azione ci consente di comprendere come l'autore concepisca una separazione tra la sfera teoretica e la sfera pratica della vita, e manifesti delle serie perplessità sulle possibilità della ragione di pervenire a una risoluzione dei problemi morali ed esistenziali dell'uomo. Attraverso un recupero del piano della corporeità, degli aspetti emozionali, affettivi ed empatici dell'esperienza umana, e una severa condanna alla riduzione della persona alla mera dimensione spirituale, Leopardi sembra delineare una forma di conoscenza ulteriore, profondamente radicata nel rapporto dell'individuo col mondo naturale e sociale, e svincolata dai limiti costitutivi della facoltà razionale.

Leggi l'intero saggio  (si ringrazia www.agenziaimpronta.net per l'hosting del file).

Fonte delle Lezioni d'eloquenza di V. Monti

Nella lezione del 19.3 si è citato, sulla scorta di Galimberti e Bazzocchi, il Monti come una delle fonti della lettura leopardiana di Socrate.
Fonte online
http://books.google.com/books?id=zjxPeRVgi48C&printsec=frontcover&dq=inauthor:%22Vincenzo+Monti%22&hl=it&cd=1#v=onepage&q=&f=false
pagg. 712 e seguenti.

L'amicizia e l'intersoggettività nelle Operette morali

Nella seduta seminariale di ieri sono emerse tre prospettive di lettura della concezione leopardiana della condizione umana: la ricerca elettiva della solitudine, nell'ottica di una misantropia solo parzialmente paragonabile alla lettura kantiana; l'affermazione di una fraternità affettiva con il genere umano, perdutasi con la morte delle illusioni e da rinnovarsi con una "social catena" che sembra però estranea a ogni preciso modello di cambiamento politico-istituzionale in un senso genericamente "progressivo"; e infine la prospettiva dell'amicizia, come riconquista di una relazione autentica con il prossimo rispettosa a un tempo dell'individualità della condizione moderna e del bisogno emotivo di comunicazione e condivisione. Sembra opportuno proporre ai partecipanti un'esercitazione che ricapitoli queste tematiche.

Una proposta

Il mondo in cui oggi si vive si presenta come un puzzle i cui pezzi in parte sono stati smarriti.
Portando avanti la mia esperienza mi accorsi (ero immerso in una ricerca frenetica di ciò che era stato perduto) che ciò che stavo cercando semplicemente non c'era se non in virtù di una qualche istanza creatrice che partiva da me stesso. Mi sono sentito raggirato e, cosa tragica, da colui il qual godeva della mia più alta fiducia: me stesso. Fu allora che scopersi la Natura.
Ora non si trattava più di ricomporre un puzzle nè di ricostruire alcunchè. Ora si apriva tutto intorno a me un labirinto immenso. Disperai, esultai, mi quietai.
Mi trovo oggi, timido esploratore in compagnia di un coraggio tenue, ad aver tracciato qualche itinerario che mi permetta un poco di libertà tra queste vie anguste. Ho guadagnato anche una piccola altura che mi permette di guardare un poco oltre questo labirinto. Vi ho scorto il mare. Purtroppo le mie strade sono incerte, le mie mappe discontinue e incomplete e così mi capita spesso di perdermi e prima di poter ritrovare un crocicchio familiare possono anche passare molti giorni. Però non mi dispero, ho scorto il mare e questa grande speranza mi sospinge come fa il vento sulla vela delle barche.
Qualche tempo fa ho scritto una riflessione sul tema degli animali, della natura, della solitudine e del mondo degli uomini. Rileggendo le Operette morali per il laboratorio ho pensato fosse attuale riproporlo, perchè finito il libro del Leopardi, credo sia così per molti, ci si ritrova come oppressi da un qualche sentimento indefinito commisto di impotenza, stanchezza, disillusione, ma anche gioia, amore ed una qualche istanza di rivolta. Credo che le Operette non pongano solo l'uomo di fronte ad una scelta (non solamente restare sulla riva ad ossservare le navi passare o imbarcarsi), credo che si imponga innanzitutto l'urgenza di un "progetto". Tracciare itinerari, da qui si comincia sempre prima di intraprendere un viaggio.
Ecco, nelle due paginette che propongo, a chi vuole, ho cercato di fare qualcosa del genere.
Chi sia interessato può scrivere a ulrico.nava@gmail.com per ricevere il file.
E' una cosa modesta e soprattutto immatura, però da qui si puo comiciare.
Ciao a tutti!

venerdì 19 marzo 2010

Relazioni orali previste per le prossime sedute del seminario

Le relazioni orali previste per le prossime sedute del seminario sono le seguenti:
-26.03: Cancellara, Il Discorso sopra lo stato... e le Operette morali; Mandelli, Montaigne-Starobinski-Leopardi; Romagnoli, Il Ruysch, Epicuro la concezione della morte;
-09.04: Cavalleri, La tonalità ironica nelle Operette morali; Crisanti, Lettura crociana di Leopardi; Iodice, Sullo scetticismo in Leopardi;
-23.04: Virgilio, Inadeguatezza della ragione in Montaigne e Leopardi.
Chi volesse prevedere una relazione orale, modificare o precisare i temi contatti i curatori del blog alle consuete email.

giovedì 18 marzo 2010

La morale in Leopardi: secondo saggio del prof. Amedeo Vigorelli

LEOPARDI FILOSOFO MORALE di AMEDEO VIGORELLI
La lettura delle due parti delle polizzine non richiamate dell’Indice tematico dello Zibaldone, a cui Leopardi assegnava lo svolgimento della parte morale del suo sistema di filosofia, il Trattato delle passioni e il Manuale di filosofia pratica, ci pone subito di fronte ad un singolare contrasto. Non deve anzitutto trarre in inganno l’involontario parallelismo, istituito dalla trattazione, con la quarta e quinta parte dell’Ethica di Spinoza (che Leopardi, del resto, non conosceva). Entrambi gli autori si pongono in effetti nella linea di uno stoicismo non ortodosso...

Leggi l'intero testo del saggio di Amedeo Vigorelli a questo link (si ringrazia www.agenziaimpronta.net per l'hosting del file).
Ricordiamo che la prima parte del saggio si trova a questo precedente post.

mercoledì 17 marzo 2010

Baudrillard, la moda e la morte: approssimazioni a Leopardi (parte II)

Un altro tema essenziale della sociologia baudrillardiana  (dopo quanto detto nella parte prima di questo intervento) è l'interpretazione del capitalismo in relazione alla morte e della morte stessa nella sua possibile funzione critico-avversativa al sistema. Questa posizione baudrillardiana permette un confronto importante, al di là delle ovvie differenze teorico-culturali, con Leopardi.
Secondo Baudrillard, il tardo capitalismo (per usare una nozione di Habermas e della scuola di Francoforte) si struttura non tanto come dominio di classe, ma come società di simulacri, ossia di apparenze che non rimandano più a una verità nascosta o a una realtà da celare: in una metamorfosi radicale della nozione marxiana di ideologia, si individua, in rapporto con Nietzsche, il superamento della dicotomia tra superficie e profondità mediante l'introduzione del concetto di simulacro. Il simulacro è esso stesso unica evidenza aperta al pensiero e alla percezione, apparenza che si impone sempre più come sfera di godimento della proliferazione dei segni mediante la tecnologia digitale e iperreale dello spazio culturale odierno.
L'allettamento dato dall'ubiquitaria offerta del segno e del simulacro come semplice oggetti di godimento e di consumo ottunde la coscienza, occultando la circostanza per cui lo sfruttamento capitalistico è diventato mantenimento in vita della persona ai puri fini della riproduzione del sistema. La sfida radicale a questa coartazione dell'individuo è la morte come scelta soggettiva, reale, carnosa e non più come segno iterato e iperreale, di cui si parli continuamente nella produzione iconografica e narrativa della postmodernità (moda, cinema, musica, intrattenimento: la profondità della tesi va vista in rapporto al dominio della morte sul discorso della sessualità, come abbiamo visto nella prima parte). Fin qui, per sommi capi, la posizione di Baudrillard.
In Leopardi l'esperienza della morte ha a sua volta un significato eversivo quando viene vista non tanto nel senso della contrapposizione con Epicuro e con le tanatologie classiche (come nel Ruysch), bensì dal punto di vista del soggetto contemporaneo che rifiuta la propria partecipazione al grande processo progressivo del secolo e desidera la morte come collocazione postuma volontaria. Del resto la vita dei moderni, come visto nel Dialogo della Moda e della Morte, è sempre più affine alla morte vera e propria (cfr. anche Zibaldone, 3031). Qui troviamo una interessante assonanza con Baudrillard, nell'idea cioè che la vita moderna offra una circolazione precoce e indiscriminata, sempre più accelerata e vorticosa, della morte come sostanza e significato intrinseco dell'esperienza della vita. In ciò si nota la differenza con gli antichi che non temevano la morte potendo vivere una vita intensa, mentre i moderni possono consumarsi nella vita simile alla morte che il sistema della moda/progresso/tecnica offre loro, o agognare la morte come forma di maturazione ultima di un'alterità che li proietta vero un futuro indeterminato di dignità e verità della vita (se non di felicità: tema del Tristano).
In Leopardi però la proliferazione contemporanea dei segni produce insignificanza e livellamento: non piacere e interazione emotiva, bensì saturazione, disintesse, egoismo e quindi si funzionalizza proprio alle tendenze capitalistico-borghesi dell'individualismo egoistico (cfr. come ne Il Parini, ovvero della Gloria si evidenzi l'assoluta noncuranza con cui la quantità crescente della produzione letteraria e artistica viene accolta dal pubblico moderno, in particolare cap. IV, sub fine).

lunedì 15 marzo 2010

Baudrillard, la moda e la morte: approssimazioni a Leopardi (parte I)

A partire da alcune suggestioni contenute nel saggio di Jean Baudrillard Lo scambio simbolico e la morte, (tr. it. Feltrinelli, Mliano, 1979) suggeriamo a nostra volta alcuni contesti di lettura dell'Operetta leopardiana Dialogo della Moda e della Morte. Un testo che, oltre a presentare alcuni aspetti grotteschi se non persino macabri, che peraltro volgono in ridicolo l'iconografia tradizionale della morte, propone una vigorosa polemica contro la natura mortifera della moda. Quest'ultima è una forza snaturante, pervasiva, che è destinata a soppiantare l'intimità dell'uomo con la propria natura e a sostituirvi una natura seconda alienante e castrante.
BAUDRILLARD: LA MODA COME SEZIONAMENTO DEL CORPO. Ne Lo scambio simbolico e la morte Baudrillard rileva, sulla scorta di Barthes e Lacan, che tutta la moda, in quanto evidenziazione di parti del corpo, rimanda nella società contemporanea a una suggestione fallica per un verso e al fantasma del corpo in pezzi dall'altro. Essa segna il corpo come metonimia del fallo, cioè come simulacro iterativo della "funzione erettile" e quindi come segno sessuale, il che porta in sé la necessità pulsionale della generazione e dunque la percezione della mortalità (tema sul quale torneremo nell seconda parte di questo contributo). Scrive Baudrillard: "Tutta la storia attuale del corpo è quella della sua demarcazione, della rete di marchi e di segni che lo suddividono, lo sminuzzano, lo negano nella sua differenza e la sua ambivalenza radicale... stivali, cosciali, cazoncini corti sotto il mantello lungo, i guanti fin sopra il gomito o le calze a metà coscia, la ciocca di capelli sull'occhio o il cache-sexe della spogliarellista, ma anche i braccialetti le collane.... ovunque lo scenario è lo stesso: un marchio che assume valore di segno e con questo anche una funzione erotica perversa, una linea di demarcazione che simboleggia la castrazione..." (p. 113). Il corpo è spezzato dal segno vestimentario, porzionato in sezioni e sottomesso in ogni sua parte al disciplinamento sessuale.
LEOPARDI: LA MODA COME AUTOMUTILAZIONE E AUTOLESIONE. Nella lettura leopardiana la moda funge da pulsione autolesionistica che ha esiti macabri se non ripugnanti nella cultura arcaica, dove la deformazione si ostenta come alterazione fisica vera e propria, mentre nella "civiltà" moderna gli effetti sono meno visibili in termini diretti ma evidentemente più mortiferi e comunque proporzionati alla minore vitalità del mondo moderno. Mentre nella barbarie antica la carne diventa luogo dove si ostende, anticipandosi, la signoria della morte e della violenza sulla vita, nella moderna cultura vestimentaria la moda appare come sragione, deviazione illogica da uno standard di vita equilibrato a cui la conoscenza dovrebbe invece indirizzare. La natura emotiva forte della moda arcaica appare una reazione psichicamente primitiva alla percezione dell'irrevocabilità della morte, quasi una sua introiezione abreattiva e catartica. La moda moderna invece si estende alla disciplina del corpo come sua denaturalizzazione. Come vedremo nel secondo passaggio di questo contributo, ciò rimanda alla diversità del rapporto con la morte dei moderni rispetto agli antichi.

venerdì 12 marzo 2010

Fotostatica dell'edizione del 1827: Leopardi attuale o inattuale?

Tra i materiali discussi nella prima lezione del seminario e forniti come dispensa c'è un riassunto della storia del testo, nel quale abbiamo annotato le diverse scelte di articolazione del materiale, le aggiunte e le esclusioni operate dall'autore.
Segnaliamo agli interessati che è disponibile su Internet la fotostatica dell'edizione del 1827, che deriva da un esemplare digitalizzato da Google Books e giacente presso la Columbia University. Il file, visionabile online, è altresì scaricabile come pdf (9.5 Mbyte).
Ecco un link diretto alla conclusione della presentazione dell'editore, che descrive Leopardi come il maggiore dei pensatori italiani del suo tempo. Sarebbe un buon tema di esercitazione riassumere in breve le ragioni dell'inattualità del messaggio di Leopardi, invece, per il suo tempo; ragioni che peraltro lo stesso Leopardi diagnostica proprio in diverse Operette. Quali sarebbero più adatte per documentare queste affermazioni?

A proposito della teoria del piacere

Tra le varie tematiche elaborate nello Zibaldone e riscontrabili altresì come nucleo essenziale delle Operette morali, le più significativa ai fini della fissazione dell'originalità teorica della meditazione leopardiana va senz'altro individuata nella cosiddetta "teoria del piacere", che, insieme ad un altro cospicuo gruppo di riflessioni sul meccanismo dell'"assuefazione", costituisce l'ossatura di una vera e propria antropologia di rilevante interesse speculativo.
Nella riflessione leopardiana sul piacere si nota l'influsso di due distinte ed antitetiche posizioni illuministiche, a loro volta filiazioni di concezioni morali classiche: un'interpretazione dinamica del piacere, per cui esso è dato dall'attività psicosensoriale e dipende dunque dalla presenza e dall'intensità delle esperienze, delle azioni e delle sensazioni; un'interpretazione statica del piacere, inteso come equilibrio dei mutevoli e spesso antitetici flussi passionali che attraversano l'animo.
La meditazione leopardiana non è però propriamente un'eudemonologia astratta, una teoria della felicità che tematizzi isolatamente la questione del piacere; essa si motiva piuttosto in base ad un'analisi della collocazione complessiva dell'uomo, potenziale soggetto del piacere, nel quadro della natura e della storia.
Ogni essere vivente aspira, per conformazione necessaria della propria indole, alla "maggior vita possibile". Questa aspirazione si manifesta per un verso come "amor proprio" e per un altro come "desiderio". Scrive Leopardi: "Il vivente si ama senza limite nessuno, e non cessa mai di amarsi. Dunque non cessa mai di desiderarsi il bene, e si desidera il bene senza limiti. Questo bene in sostanza non è altro che il piacere"; "Qualunque sia il bene di cui goda un vivente, egli si desidererà sempre un bene maggiore, perché il suo amor proprio non cesserà e perché quel bene, per grande che sia, sarà sempre limitato, e il suo amor proprio non può avere limite" (Zibaldone, 646-8).
La psicologia umana si apparenta dunque, in generale, a quella di ogni altro vivente: è dominata da un principio egoistico di autorealizzazione e di conservazione (amor proprio) che si manifesta come esigenza di massima vitalità, di "perfetto amore" e "perfetta compiacenza" del proprio "modo di essere".
La contraddizione essenziale di questa condizione trova spazio, nelle Operette morali, all'interno del Dialogo di Malambruno e di Farfarello: "... negli uomini e negli altri viventi la privazione della felicità, quantunque senza dolore e senza sciagura alcuna, e anche nel tempo di quelli che voi chiamate piaceri, importa infelicità espressa". Neppure la condizione dell'atarassia, della mancanza di turbamenti, realizza, come pretendeva la filosofia ellenistica, il piacere: essa infatti comporta necessariamente ancora la persistenza della coscienza, la "sensazione" della "propria vita" - uno stato in cui l'esigenza vitale ed edonistica dell'amor proprio è anzi ancora più urgente, ed il desiderio, proprio perché non impegnato a consumare un diletto, un'esperienza specifica, si manifesta particolarmente insoddisfatto.
Nel quadro della teoria del piacere convergono così altri due temi essenziali, la noia e l'immaginazione. A questo proposito basilare è il percorso argomentativo di una delle operette più riuscite e famose, il Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare.
La definizione più matura della noia data da Leopardi la assimila all'"assenza di ogni special sentimento di male e di bene", uno "stato ordinario" in cui il sentimento e la coscienza, privi di oggetti su cui dirigersi, si concentrano allora sull'"infelicità nativa dell'uomo" (Zibaldone, 4498). Già all'epoca della composizione delle Operette morali Leopardi scrive però della noia come "semplice vita pienamente sentita, provata, conosciuta, pienamente presente all'individuo ed occupantelo". Nel Tasso, "l'essere vacuo da ogni piacere e dispiacere" implica "l'essere pieno di noia", una "passione" che consiste nell'esperienza del "desiderio puro della felicità, non soddisfatto dal piacere e non offeso apertamente dal dispiacere".
La natura dell'immaginazione è ambigua: da un lato allontana dalla percezione del vero, che, pur se dolorosa, è anche però matrice di una speciale soddisfazione conoscitiva, tra le poche di cui l'uomo possa avere esperienza. Nel Dialogo di Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez Leopardi esplicita però una possibilità essenziale e diversa dell'immaginazione, che consiste nella sua capacità di rivalutare e riqualificare agli occhi dell'individuo gli aspetti quotidiani ed ordinari della vita - purché, contemporaneamente, egli si arrischi però nella "solitudine incognita" e nello "stato incerto". Allora l'immaginazione non è più evasione, stordimento simile all'ubriachezza (l'immaginazione del prigioniero, dell'uomo inattivo, del letterato di professione protagonista del Tasso), ma fondamento di un nuovo vivo, per quanto temporaneo, gusto della realtà.
Altro tema caratteristico della concezione antropologica leopardiana è infine quello dell'assuefazione (e assuefabilità): l'uomo apprende e fissa le proprie tendenze per assuefazione, ma è sempre meno stimolato, con l'andar del tempo ed il ripetersi delle esperienze, agli stimoli cui originariamente sia stato peculiarmente sensibile. Questa circostanza può essere addotta come la logica premessa psicofisiologica di tutta la "teoria del piacere": ogni esperienza fissa una soglia di sensibilità che si alza sempre di più e che lo stesso individuo, con gli artifici più vari, innalza alla vana ricerca di un oggetto o di un'esperienza pari all'infinità del proprio desiderare.
La "gran copia" delle sensazioni, dunque l'eccitazione, o l'assenza di sensazioni - e dunque, al limite, la morte? In che consisterebbe infine il piacere? La risposta di Leopardi appare molto originale: nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue Mummie si argomenta che "la maggior parte dei diletti umani consistono in qualche sorta di languidezza" e che "il languore della morte debbe esser più grato secondo che libera l'uomo da maggiore patimento". Il piacere non è dunque né lo stato di eccitazione sensoriale né quello di assoluta assenza di sensazioni, di imperturbabile annichilirsi dell'io: consiste invece nel venire privati dal dolore e dal tedio ("perché la vita è per sua natura dolore") nel corso di un processo di "depressione del sentimento" che risulta allora, secondo una nota dello Zibaldone, "quasi un'imitazione dell'insensibilità e della morte, un accostarsi più che si possa allo stato contrario alla vita" (cfr. 4074).

Sul "Tasso": parodia della dialettica e tematiche speculative

Imprigionato nel 1579 nell'ospedale di Sant'Anna, a Ferrara, per un accesso di follia, Torquato Tasso è ritratto da Leopardi mentre si intrattiene con il suo "genio familiare" durante le lunghe interminabili ore della detenzione. Lo spunto dell'operetta deriva da un'osservazione di Ludovico Antonio Muratori, avanzato nel suo trattato Della forza della fantasia umana (1745), che congettura come Tasso (il quale, "gran filosofo", "parlava e rispondeva a se stesso") si comportasse in questo modo perché si era forse "fitto nella fantasia" il genio di Socrate, il famoso daimon che accompagnava la meditazione del pensatore ateniese ammonendolo e dissuadendolo.
Soprattutto nella parte conclusiva di questo capolavoro leopardiano il "genio familiare" impartisce al poeta un ammaestramento caratteristicamente parodistico della maieutica socratico-platonica. Il genio imposta la discussione sul tema del piacere, suggerendo al suo interlocutore la traccia dello sviluppo dell'argomentazione e lasciando che sia l'interlocutore stesso a trarre le conclusioni più significative; sintomatico è altresì il ricorrere dei tipici intercalari del dialogo socratico ("Propriamente parlando", "Certamente").
Successivamente, dopo un significativo "Forse" del genio, che rimette in causa l'assoluta coerenza del ragionamento condotto, irrompe il nucleo tematico della noia; a sollevare l'uomo dalla noia, di cui, a differenza del piacere, ciascuno ha reale esperienza diretta (mentre il piacere è solo "subietto speculativo"), non potrà essere però la ragione, ma solo l'abitudine e l'evasione creativa, fantastica ad opera dell'immaginazione.
I nuclei tematici del testo sono essenzialmente tre:
a) la teoria del piacere, per la quale rimandiamo ad altro prossimo intervento su questo blog;
b) la riflessione sul fenomeno della noia, nella quale viene individuato un fenomeno concreto ed essenziale dell'esperienza della propria vita: tessuto connettivo dell'esistenza tutta, essa riempie gli intervalli tra la percezione del dolore e quella del diletto, peraltro sempre insoddisfacente. Il genio la caratterizza così come "desiderio puro della felicità", quasi una rivelazione dell'essenza stessa della condizione umana nelle sue tendenze più intimamente costitutive;
c) il valore del sogno e della fantasia: mentre in un primo tempo Tasso si dichiara esausto per il "carico della noia", successivamente il genio lo ammaestra sui vantaggi della sua condizione di isolamento e di prigionia. La libertà darebbe al poeta la "varietà delle azioni", che "solleva e alleggerisce" dalla noia; l'isolamento, però, ne acuisce la separazione dalla vita reale e rende quindi quest'ultima, ai suoi occhi, ben più desiderabile ed apprezzabile. L'immaginazione amplifica il desiderio del poeta e gli fa dunque stimare le cose umane ben al di là della loro oggettiva "vanità e miseria". Ed è così che, mediante il sogno e la fantasia, l'immaginazione aiuta l'uomo a consumare il suo tempo nelle attese e nelle speranze.
Una nota dello Zibaldone (1178-9) afferma che Tasso fu impedito dal "troppo vedere" e dal "troppo concepire" a raggiungere la perfezione nell'esercizio delle proprie somme facoltà di letterato. Tasso può dunque essere considerato la maschera della condizione rischiosa dell'intellettuale moderno, il cui "genio" è troppo acuto, lucido e consequenziale per consentirgli una completa fede nel valore oggettivo del proprio impegno letterario-culturale.
L'elemento più cospicuo del testo, in termini filosofico-ideologici, è la duplice riserva adombrata tanto nei confronti dell'attivismo vitale che dell'evasione poetico-letteraria: tanto nel primo che nel secondo caso risulta impossibile alleviare completamente la noia e sopperire all'inesorabile trascorrere del tempo tra delusione del piacere, noia e dolore. Nel Dialogo della Natura e di un Islandese, infine, Leopardi dichiarerà l'insufficienza di fronte al problema dell'infelicità e dell'inquietudine anche della più raffinata eudemonologia filosofica: la dottrina della felicità come atarassia, di cui l'Islandese è fautore (aspira infatti a tenersi "lontano dai patimenti", a "viver quieto" e "non godendo non patire"; aspirazione impossibile, perché il soffrire dell'insaziabilità del desiderio del piacere è necessario e perché questa scelta di inazione ed isolamento rende infinitamente più ostile e minacciosa la Natura).
Nel Dialogo di Timandro e Eleandro Leopardi riprenderà il tema della vanità di un filosofare soltanto teoretico, incapace di giustificare l'azione, e si esprimerà allora duramente nei confronti della fascinazione data dalla ricerca e dallo studio fini a se stessi.
Il Tasso, l'Islandese e il Timandro vertono quindi, nonostante le loro differenze stilistiche, su temi analoghi: l'individuazione e l'analisi critica degli atteggiamenti puramente soggettivi, mentali, teorici, mediante i quali si cerca vanamente di sopperire alle carenze della condizione umana. Allo stesso modo, però, il semplice agire quotidiano, per quanto vario, "non ci libera dalla noia", soltanto la "solleva": privo di un orientamento morale e di uno scopo nobile, non è altro che un palliativo. All'elaborazione di una morale sottesa all'azione ed all'impegno nella vita quotidiana è dedicata un'altra parte essenziale del pensiero leopardiano, forse solo individuabile in controluce nelle Operette.

giovedì 11 marzo 2010

Goffredo Petrassi: Coro di Morti (dal Ruysch)

Dal blog del prof. Michele Torresani segnaliamo il seguente post
che riporta, divisa in due parti, l'esecuzione del componimento del 1941 di Goffredo Petrassi (1914-2003) che prende lo spunto e il proprio testo dalla "canzoncina" che apre la celebre Operetta leopardiana Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie.
Petrassi fu mosso alla scelta del testo dal proprio stato d'animo dopo il 10 giugno 1940, alla dichiarazione di guerra italiana e alle circostanze che ne seguirono. Uno dei tanti esempi della presenza significativa del Leopardi critico, moralista e satirico nel Novecento italiano. Sul tema dell'influsso delle Operette, nonostante la damnatio crociana, si veda il volume collettivo "Quel libro senza uguali". Le "Operette morali" nel Novecento italiano, a cura di N. Bellucci e A. Cortellessa, Bulzoni, Roma, 2000.
Si pensi allora anche, con un accostamento ardito ma interessante, a un'esercitazione sulla musica in Leopardi. Cfr. B. Gallotta, Musica e poesia in Leopardi, Rugginenti, Milano, 2002 (l'autore è docente di conservatorio oltre che studioso di estetica e filosofia); F. Foschi, Leopardi e la musica, Francisci, Abano Terme, 1987; M. De Angelis, Leopardi e la musica, Universal Music MGB, Milano, 1987; S. Martinotti, La concezione della musica in Leopardi, in "Italianistica: Rivista di Letteratura Italiana", 1980, 9, pp. 115-22. Utile online la silloge di osservazioni leopardiane raccolta da Stefania Nociti.

Leopardi e la teoria dell'affettività

LEOPARDI FILOSOFO DEL SENTIRE di AMEDEO VIGORELLI
Non si dà psichismo, per Leopardi, all’infuori della intonazione sentimentale che lo qualifica e lo rende consapevole. Lo riconosce apertamente, parlando della noia: una affezione dell’animo a lui ben nota, che funge da autentico scandalo e motivo di scotimento metafisico, all’origine della sua conversione da «poeta» a «filosofo di professione».
Questa, a cui facilmente si assimila la vita dell’uomo moderno, privata di ogni magnanimità nel concepire e ampiezza nell’agire, si può definire, in paragone persino della «disperazione», come «la passione la più contraria e lontana dalla natura, quella a cui non aveva non solo destinato l’uomo, ma neppure sospettato né preveduto che vi potesse cadere».
...
Continua la lettura dell'intero saggio di AMEDEO VIGORELLI scaricando il file in pdf (si ringrazia il sito www.agenziaimpronta.net per l'ospitalità dei materiali).

mercoledì 10 marzo 2010

Leopardi e Hufeland

Intorno all'opera di Hufeland, esplicitamente citata in una nota dell'Operetta Dialogo di un Fisico e di un Metafisico, testo che nel commento alle Operette di Fubini assume un'importanza speculativa essenziale, indichiamo due link in rete di saggi senz'altro validi:
Stefano Martini, Le riflessioni di Immanuel Kant e Giacomo Leopardi intorno a L’arte di prolungare la vita umana di C.W. Hufeland
Massimiliano Biscuso, Leopardi: Dialogo di un Fisico e di un Metafisico
Arte di prolungare la vita o arte della felicità?
(file pdf)

Zibaldone, 1655: lo scetticismo

Il mio sistema introduce non solo uno Scetticismo ragionato e dimostrato, ma tale che, secondo il mio sistema, la ragione umana per qualsivoglia progresso possibile, non potrà mai spogliarsi di questo scetticismo; anzi esso contiene il vero, e si dimostra che la nostra ragione, non può assolutamente trovare il vero se non dubitando; ch'ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza; e che non solo il dubbio giova a scoprire il vero (secondo il principio di Cartesio ec. v. Dutens, par.1. c.2. §.10.), ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita, sa, e sa il più che si possa sapere.

Citiamo per esteso, per riferimento, la pagina zibaldonica che spesso abbiamo citato a lezione. A che si riferiscono allora e come vanno interpretati i passi delle Operette che parlano delle verità della filosofia che sarebbe stato meglio non scoprire, e che è impossibile dimenticare? Questo sarebbe già un buon programma di esercitazione!

Lineamenti di ricerca ipotetici per i partecipanti

Segnaliamo alcuni dei percorsi seminariali possibili:
1) condizione e personalità del filosofo nei personaggi delle Operette morali
2) l'ironizzazione della maieutica e della dialettica nei dialoghi leopardiani
3) le Operette morali come opera figurale?
4) la realizzazione della personalità nello studio e nella gloria: limiti e condizioni di possibilità
5) filosofia della morte e del suicidio (con confronti con Camus e Schopenhauer)
6) uomini postumi: Leopardi e Nietzsche
7) la grande città e la circolazione della cultura nel tempo moderno
8) l'esistenza come apertura emotiva di senso e di non-senso: fenomenologia delle emozioni e dei desideri
9) Leopardi e le sue fonti: l'immaginazione tra teoria estetica illuministica e Leopardi
10) il tono comico-satirico nelle Operette morali e nella storia della filosofia
11) la storia della civiltà italiana e la sua via specifica verso la disillusione dei moderni
12) caduta delle illusioni e razionalizzazione tecnico-borghese (Leopardi e il nichilismo)

A tutti i partecipanti: si può ovviamente scegliere, concordandolo, anche altro.

martedì 9 marzo 2010

Individuazione nel testo leopardiano di uno scenario teorico di riferimento (5/3)

1. Dialogo della Moda e della Morte
la moda come costruzione di una seconda natura, di una falsa coscienza che interrompe il circuito originale del rapporto tra sensazione e corporeità
la moda come cancellazione inesorabile della memoria

2. Dialogo di Malambruno e Farfarello

uso ironico della tecnica maieutica
elaborazione sistematica, in nuce, della teoria del piacere, che è in realtà un'antropologia basata su nozioni russoviane

3. Il Parini ovvero della gloria, cap. XI e XII
impossibilità effettiva della della felicità come riconoscimento sociale del merito intellettuale (espressa nel cap. IX)
natura imprevedibile del destino postumo del proprio status intellettuale a causa del suo crecente formarsi come processo sociale (cfr. cap. VIII)
vita postuma, simile alla morte, degli “scrittori grandi” (confronti con Nietzsche)

4. Detti memorabili di Filippo Ottonieri, capp. I e una parte del II
il tema della singolarità (vs. la massificazione)
epicureismo e socratismo
origine della filosofia dall'affettività
critica del razionalismo stoico e panorama complessivo sulla filosofia antica

Abbiamo così un panorama sulla lettura leopardiana della modernità, sulla psicologia e antropologia e sulla sua interpretazione dello status storico della filosofia.

Elementi fondamentali della cornice di lettura (26/2)

Gli elementi di fondo per un efficace approccio al lavoro seminariale sono i seguenti:
1) tenere presente la consapevolezza leopardiana della destinazione del testo a un contesto e la conseguente funzionalità delle scelte espressive e dei registri;
2) l'opera deve scuotere e richiamare a una riflessione morale, come da titolo, ed è un'opera per questo maieutica, che non contiene teoria squadernata in forma teorematica o nozionistica, ma richiede responsabilità attiva nell'interpretazione;
3) la raffigurazione di diverse modalità di esistenza nel moderno è proposta a partire dalla convinzione che esse non siano necessariamente transitive, ma siano specifiche di una forma d'esistenza singolare, tipica, e incardinata strettamente nell'individualità; di qui la necessità di una lettura figurale che non ha lo stesso senso dialettico costruttivo della Fenomenologia hegeliana, quanto piuttosto quello della tipologia descrittiva dell'antropologia fenomenologico-esistenziale.

domenica 7 marzo 2010

Luogo e data delle attività di laboratorio

Date previste: 26/2, 5-12-19-26/3, 9-16-23-30/4; 7-14-21/5. Orario: 14:30/16:30.
Sede: aula 433, via festa del Perdono.

Apertura del blog

Buonasera a tutti gli iscritti al Laboratorio sulle Operette morali del prof. Amedeo Vigorelli. Useremo questo spazio per condividere informazioni e contributi, sia attraverso interventi diretti dei curatori (Amedeo Vigorelli e Franco Gallo) sia mediante diretta pubblicazione delle vostre idee, proposte, ricerche. In generale, dopo una fase di rodaggio, il blog diventerà ad inviti e vi accederanno soltanto gli iscritti al seminario. Valuteremo se produrre successivamente una versione aperta a tutti per la maggiore diffusione del materiale del seminario.